Accessibilità e fragilità invisibili: perché riguarda tutte le persone
L’accessibilità viene spesso raccontata come un tema che riguarda categorie specifiche o condizioni permanenti. In realtà, esistono molte fasi della vita in cui le esigenze cambiano e anche azioni quotidiane possono diventare più complesse: spostarsi, attendere, partecipare, stare in determinati ambienti.
Durante o dopo un percorso oncologico queste difficoltà emergono in modo evidente, ma non sono un’eccezione. Sono un esempio concreto di come l’accessibilità non sia una questione settoriale, bensì una condizione che permette alle persone di continuare a vivere la propria quotidianità con autonomia.
Per approfondire questo tema abbiamo raccolto una conversazione con Mariangela Fantin, Presidente dell’ANDOS ODV – sezione di Udine.
Non per parlare di malattia, ma per riflettere su qualità della vita, informazione e possibilità di scelta. Un punto di vista che aiuta a comprendere perché l’accessibilità riguarda tutte le persone, in momenti diversi della loro vita.
Dal punto di vista di ANDOS, quali sono le difficoltà più frequenti nella vita quotidiana, al di fuori dell’ambito sanitario?
Dal punto di vista di ANDOS, le difficoltà più frequenti che una donna incontra durante o dopo un percorso oncologico riguardano la ricostruzione della quotidianità. La malattia non incide solo sul corpo, ma anche sull’identità, sulle relazioni e sulla vita sociale.
Stanchezza persistente, dolori, cambiamenti dell’immagine corporea e dell’autostima, insieme a fragilità emotive come ansia e paura della recidiva, accompagnano molte donne anche quando le cure sono terminate.
Spesso la società si aspetta un rapido ritorno alla normalità, senza considerare il tempo necessario per ritrovare equilibrio e sicurezza.
In che modo stanchezza, affaticamento o nuove fragilità incidono sull’autonomia e sulla vita sociale?
Raccogliamo quotidianamente testimonianze di donne per le quali la stanchezza oncologica limita profondamente l’autonomia.
Muoversi, affrontare spostamenti, rispettare orari o partecipare ad attività sociali può diventare complesso e imprevedibile.
Questo porta spesso a rinunce silenziose, non per mancanza di desiderio di socialità, ma per la paura di non riuscire a sostenere fisicamente ed emotivamente le situazioni.
Il rischio è un isolamento progressivo, che incide sulla qualità della vita e sul benessere psicologico.
Ci sono luoghi o servizi che diventano improvvisamente più complessi da frequentare?
Sì. Luoghi comuni come uffici pubblici, mezzi di trasporto, eventi culturali, negozi o spazi affollati possono diventare difficili da frequentare. Barriere architettoniche, lunghe distanze da percorrere, assenza di spazi di sosta o ambienti tranquilli rappresentano ostacoli concreti per chi vive una fragilità temporanea o permanente, spesso non riconosciuta.
Quanto pesano le barriere non evidenti?
Le barriere non evidenti pesano enormemente.
Tempi di attesa prolungati, ambienti rumorosi, sovraffollamento, mancanza di indicazioni chiare richiedono energie che molte donne, durante o dopo le cure, non hanno.
Sono difficoltà invisibili, ma capaci di scoraggiare la partecipazione e di limitare l’autonomia, contribuendo a un senso di esclusione.
Quanto è importante poter scegliere conoscendo in anticipo se un luogo risponde alle proprie esigenze?
Per ANDOS è un aspetto fondamentale. Poter accedere in anticipo a informazioni chiare sull’accessibilità di un luogo o di un servizio permette alle donne di scegliere consapevolmente, organizzarsi e tutelare la propria dignità. Questo è ancora più importante quando le fragilità non sono immediatamente visibili e rischiano di non essere comprese.
Dal lavoro di ANDOS emerge un bisogno di informazioni pratiche sull’accessibilità?
Sì, emerge con forza.
Le donne chiedono informazioni concrete e facilmente reperibili che permettano loro di muoversi, partecipare e vivere il territorio con maggiore serenità. L’accessibilità non è un privilegio, ma un diritto che consente continuità di vita anche durante la fragilità.
In una giornata come questa, quale messaggio ANDOS vuole far arrivare a chi non vive un percorso oncologico?
ANDOS vuole ricordare che non tutte le fragilità sono visibili e che un percorso oncologico non si conclude con la fine delle terapie.
Costruire contesti più accessibili, accoglienti e consapevoli significa prendersi cura delle persone, riconoscendo i loro bisogni anche quando non sono evidenti.
L’inclusione passa dall’attenzione, dai piccoli gesti e dalla responsabilità collettiva di non lasciare indietro nessuna donna.
Una riflessione che va oltre l’intervista
Le parole raccolte in questa conversazione mostrano come l’accessibilità non sia legata a una condizione specifica, ma ai cambiamenti che possono attraversare la vita di ciascuno. Fragilità temporanee, bisogni che evolvono, energie che variano: sono esperienze comuni, anche se spesso invisibili.
Rendere spazi, servizi e informazioni più accessibili significa permettere alle persone di continuare a scegliere, partecipare e vivere il proprio quotidiano con maggiore autonomia. Un approccio che non riguarda solo chi vive una fragilità oggi, ma che costruisce contesti più attenti e utilizzabili per tutti.
L’accessibilità, in questo senso, non è un tema di nicchia, ma una responsabilità condivisa.